Raccontare riuscendo a trasmettere sfumature ed emozioni non è un compito facile, diviene ancora più difficile condividendo certi passaggi quando non ci sono immagini che aiutano a descrivere lo scenario che mutava, che evolveva, che si trasformava ad ogni pedalata.
Ci sono raccolte di storie che meritano ordine, un filo logico da seguire, come se una mappa ti spingesse a seguire le tracce, per non perdere l’ordine degli eventi, evitando di smarrire qualche frangente che nel contesto può risultare decisivo. Invece a me balena nella mente una serie di diapositive allacciate all’epilogo, alle ultime pedalate, agli ultimissimi assaggi di corsa.
Perché un romanzo non parte certo dalla fine e poi a ritroso recupera l’intermezzo, risalendo sino al principio od addirittura alla premessa. La fine è attesa perché conclude un bel racconto, sigillando quello che di indimenticabile può essere vissuto, raccontato.
A me non viene possibile rinunciare a questo inconsueta partenza. Il mio resoconto inizia dal fondo, dall’immagine di una Squadra unita che assieme sopraggiunge allo striscione Ziel di Arco.
Averne superati altri 6 si quegli striscioni ha un suo senso solo ripensando a quello conclusivo, dove tutto si chiude, dove tutto esplode, sotto il quale va in archivio una settimana di passioni condivise.
6 ragazzi che dalla Transalp si aspettavano diverse cose, conferme, novità, scoperte, un miscuglio di vibrazioni da conservare nel tempo.
Cercando di non fare le veci di nessun altro, voglio puntualizzare che questo è il MIO personale diario di viaggio, un contenitore dentro il quale non cercare un ordine, ma dentro il quale scaraventare una serie di pensieri che non si possono trascurare, fingendo si possano anche rivivere.
Mi sono divertito, rilassato, confrontato, incazzato, entusiasmato. Sono innumerevoli le sensazioni che ho provato e come su un dizionario avrei da mettere il significato affianco ad ognuna di esse, ma sarebbe noioso poi andare a leggerne il senso. E’ stato bello, travolgente per la velocità con la quale le storie si sono susseguite ed è stato talmente bello che oggi ricordo solo i momenti positivi, da conservare nella schiera di quelli felici.
Arco. Con Marcello scendo le ultime curve del Passo del Ballino, recuperiamo le ruote dei non bravissimi discesisti stranieri, ci accodiamo e capiamo che la grande avventura cominciata qualche mese prima è realmente arrivata al suo epilogo più vero. Siamo arrivati alla sua fine, salvi, felici, fieri di quello che in 7 giorni siamo riusciti a fare. Nel nostro piccolo sappiamo che qualcosa di straordinario è andato in porto. Nel mio di piccolo universo, mi accontento ed è un bell’accontentarmi se considero che 3 anni fa non sapevo nemmeno starci sopra ad una bici da strada. Dopo 36 mesi sono lì a concludere una corsa di 7 tappe che non è scontata nemmeno per chi in bici ci va da 20 di anni. Supero gli ultimi volteggi sospirando, rivivendo una serie di momenti che ultimamente hanno reso difficile anche solo l’avvicinamento. Mi sono fatto il culo a superare la solitudine, a recuperare dalla frattura della clavicola, a pensare che Alessandro per una settimana era distante, consapevole che quello che stavo facendo non era dedicato a nessuno perché nessuno in fondo mi stava aspettando all’arrivo. Mi sono dedicato gli ultimi 50km della corsa come se fossero una dimostrazione assoluta al destino. Perché sono più forte di tutto quello che negli anni mi è capitato ed una corsa mi ha dimostrato che un risultato lo posso raggiungere se d’impegno mi ci metto. La mia disponibilità a credere nell’amicizia, nel prossimo. Una corsa è corsa sino ad un certo punto, perché dieci minuti possono farti esultare all’arrivo, ma poi qualche giorno dopo possono essere anche indice di frustrazione, senso di sconforto.
Arco ed il Lago di Garda che compare all’orizzonte, li si accende la fiamma della soddisfazione e la grande esaltazione per la riuscita. Una pacca ed un sorriso a Marcello mi sono bastati; più di mille parole logorroiche, come le mie di adesso, i gesti servono a quello, far capire che si è al posto giusto al momento giusto. Si capisce che il proprio dovere in fatto di sostegno e presenza è stato onorato.
Fermi sul ciglio della strada ad aspettare l’ultima coppia Outsiders, vederli comparire da dietro la curva mi riempie il cuore. Sandro mi da la scarica di adrenalina definitiva, come una valanga. Sono felice per lui perché ci ha creduto e lui è la conferma che un Uomo se vuole qualcosa, può farcela. Sandro mi ha insegnato che ci sono i fissati che non si divertono in bici e soprattutto – Ben nascosti – ci sono quelli che in sella ci salgono per la gioia di vedere il mondo, respirare l’aria buona, stare con le persone, assaggiare la sfida umana.
La parata poi mi ha fatto sentire parte del gruppo, uno dei 6, partecipe e ben voluto. Un gruppo che su quella strada ha plasmato un legame che non si spezzerà mai se ricondotto a quella specifica settimana.
Ho pianto a 50km dalla fine, come un bambino, non avevo male alle gambe, stavo benissimo, spingevo meglio del primo giorno, e con a ruota alcuni dei miei compagni e molti altri concorrenti mi si è spento il cervello. Comprendendo che la testa e le gambe vanno insieme ed assieme non stavano più andando. Restava poco, Marcello si è accorto di questo calo di tensione e si è fermato. Poi abbiamo perso il treno che all’arrivo ci avrebbe permesso di toglierci anche una soddisfazione in termini di tempo e classifica, ma la mia mente ha staccato ed io mi sono bloccato. La memoria degli ultimi 10 mesi ha preso il sopravvento, battendo per un attimo la determinazione. Poi si è riacceso tutto e la voglia di festeggiare dentro al mio cuore ha superato lo sconforto di un momento.
Arco e tutto si è concluso con una medaglia, una maglietta e tanti saluti e grazie. Perché in realtà le cose che rimangono sono il viaggio di ritorno a riportare alla mente tutte i passaggi di una settimana, perché quello che resta sono i momenti passati in corsa con il tuo compagno e con tutti coloro che con te hanno fatto quella strada.
Arco e la promessa che il 2012 ci tornerò a far meglio, per meglio intendo una corsa fatta con la testa e le gambe e non solo una cosa di impulsi e istinti.
Dalla partenza ad Arco ci sono state le serate nelle quali rivivere le vicende di corsa, lamentare il mal di gambe, la fame che non scemava. Ci sono state le cose che non si possono raccontare e quelle che farebbero impallidire il più incallito dei libri fantasy. Come l’albergo di Ponte di Legno ed il suo fantasma notturno che cercava con una molletta nel naso di non pensare all’odore nauseabondo che dominava tra mura e lenzuola. Al gelato che diventava sempre più un’abitudine e che ora mi manca. Al caldo che inesorabile ci attanagliava manco fossimo alle latitudini equatoriali. Alle sveglie assurde che ci rubavano sonno. Ai personaggi incredibili che in salita di passavano come fossero oggetti motorizzati, per poi schiantarsi su muri invisibili nella discesa successiva. Alla mia bici gialla che già ora è una Best Seller. Alle tante paure di vedersi cader giù da un dirupo. Alle banane recuperate sui tavoli dei ristori. Alla mia abilità di andare in discesa che migliorava di curva in curva. Ai trentini che ci salutavano ed incitavano ogni giorno quando venivano superati, manco fossimo delle vittime sacrificali dell’intera manifestazione. Alla lingua tedesca che mi ha reso piacevole pure l’italiano crucco che a Naturno mi ha accolto come se fossi uno straniero. Alla crisi di fame di Marcello nel mio giorno migliore, che non mi fa dire perché zio prete non posso andare a tutta, ma perché santa pazienza non posso aiutarlo come si deve. Allo scollinamento del Passo d’Eira che è parso come una pagina di granito appena voltata, che lasciava spazio ad una serie di pagine di carta velina che si sono susseguite d’inerzia. Al Mortirolo da Mazzo che doveva essere da Triviglio a Dicembre, per poi trasformarmi nel Mortirolo da Grosotto, ed infine diventare quello leggendario il giorno stesso della gara. Alla scoperta di Marcello che dopo 6 km di strada al 15/16/17/18…23% stavamo scalando la salita diventata famosa nel ’94 grazie al Pirata. Alle bestemmie di Caldar: perché leggere meno 3 al Paese di sede d’arrivo su un cartello stradale che indica di svoltare a sinistra, tu volti a destra e ti allontani senza apparenti motivi ti fa imbestialire. Agli scatti che facevo in faccia a Marcello senza che lui potesse capirne il senso. Ai tedesconi che di biciclette capiscono solo le parti principali come ruote e manubrio. Alle donne che sono peggio dei tedesconi. Alle bestemmie-bis che mi uscivano vedendo l’ignoranza di andare in bicicletta dei tedeschi. Ai pasta party indegni, salvo quello di Livigno a cui non ho partecipato e quello di Naturno del quale portiamo un ricordo pallido. Alla fiorentina scaccia crisi di Livigno. Al puzzo che inesorabile la mattina mi dava il buon dì… A Cavina che risulta essere il soggetto più a se stante dell’intero pianeta terra. Agli Incensi che in corsa rendevano vano il loro grande appeal di compagni di viaggio. All’agonismo che dentro di me non è mai trasparito sino a circa un paio di ore dopo la fine della corsa. Ad una condizione che posso dirlo, era devastante. Agli occhi da extraterrestre della signora che ci ha ospitato a Naturno. Alla caduta di Luca che si generava toccando la mia ruota. Alla foratura di Andrea che frenava la nostra Coppia d’Assi. Alla certezza che sei protagonista anche in mezzo a 1400persone. Alla certezza di essere l’unico che in corsa parla con tutti e rompe le palle a tutti. Alla grandissima sensazione che ti diverti anche se sudi, senti le gambe stanche e che speri di trovare per strada la mano santa. Ad ogni traguardo. Alla voglia di credere che tutto è vero. Alla discesa del Mortirolo a tutta. Alle risate che ancora faccio quando uno mi è venuto a dire “ehi Matteo te la evi guadagnare, perché non tiri?” e non era Marcello a dirlo. A tutto ed a niente, ci pensi e qualcosa di stravagante e divertente viene a galla. Pensi che in realtà tutto è venuto bene così come si è evoluto, e che non avresti cambiato poi tanto in realtà.
Detto questo non so più cosa aggiungere, troppe cose mi sono piaciute. Mi sono divertito a riportare in maniera confusionaria la mia Transalp e chi se ne frega se non piace, è la mia storia, la mia settimana e sebbene sia condivisa, resta mia.